
Inquisiti, puniti, costretti a congedarsi, relegati in uffici lontani dalle indagini più calde. Che fine hanno fatto gli uomini che arrestarono Totò Riina? La domanda sorge spontanea dopo l’inchiesta che ha coinvolto il maresciallo dei carabinieri Riccardo Ravera, nome di battaglia Arciere, l’uomo che ha messo le manette a Totò Riina.
Ravera ha saputo dai giornali di essere indagato dalla procura di Torino per concorso in estorsione, lo scorso 8 dicembre. L’inchiesta riguarda il furto degli arredi, per un valore di oltre 20 milioni di euro, della palazzina di Stupinigi. Il maresciallo è riuscito a ottenere che i ladri li restituissero in cambio di un riscatto di 250 mila euro. Naturalmente ha trattato con personaggi loschi. Ma non ci ha guadagnato nulla, tranne una medaglia al valore, che ora è pronto a restituire, perché «il prezioso simbolo non venga infangato» come ha scritto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Arciere vive adesso nella condizione di indagato e aspetta di essere convocato dai magistrati per poter chiarire la situazione. «Non si capisce di quale colpa si sarebbe macchiato il mio cliente» dichiara Loredana Gemelli, l’avvocato di Ravera. «Tutte le sue mosse sono state concordate con i suoi superiori, che però si sono rifiutati di rispondere alle mie domande e di aiutarmi a scagionarlo. L’idea di perdere l’onore lo sconvolge».
Un sentimento difficile da capire per chi non è un militare, ma fondamentale nella psicologia di tutti gli uomini del Crimor, il nucleo di una quindicina di carabinieri, guidato da Sergio De Caprio, più noto come capitano Ultimo, che è stato smantellato e disperso nel 1997. “Panorama” ha ricostruito che cosa fa ora ciascuno degli uomini che hanno lavorato alla cattura di Totò ’u curtu.
Homar ora vive in una piccola isola vicino alle coste sarde, fa volontariato con i disabili mentali e si occupa di «coaching», cioè di formazione e motivazione psicologica nelle aziende e nelle squadre sportive. Solo metà degli uomini del Crimor sono rimasti nei carabinieri. Aspide e Barbaro sono nei Ros in Lombardia, Vichingo sta nell’archivio di un comando del Piemonte e Oscar in un Nucleo operativo ecologico. De Caprio, l’Ultimo che ha dato il nome alla squadra, ora lavora in un Noe (nucleo operativo ecologico, oggi comando per la tutela dell’ambiente) del Lazio. La sua carriera si fermerà al grado di colonnello.
Insomma, Ultimo di nome e di fatto, lasciato in fondo alla graduatoria per la promozione a generale. È stato processato e assolto nel 2006 dall’accusa di favoreggiamento alla mafia, una vicenda che ha danneggiato molto la sua immagine e la sua carriera. Da anni i suoi superiori non gli consentono di rilasciare interviste a giornali e televisioni, con la motivazione che in passato si è messo troppo in evidenza. Insieme al suo alter ego televisivo, l’attore Raoul Bova, ha creato la fondazione Capitano Ultimo, che sostiene vari progetti di volontariato. L’ultima impresa è la Cittadella della solidarietà e della legalità, su un terreno messo a disposizione dal Comune di Roma.
Dunque, dove sono finiti gli uomini di Ultimo? Nello si è congedato dai carabinieri e ora vende enciclopedie in Piemonte. Anche i suoi compagni Ombra, Pirata, Pluto e Daigoro hanno lasciato l’Arma e lavorano nel settore della sicurezza privata. Parsifal e Merlino sono morti di cancro. I componenti del gruppo sono indicati con i nomi di battaglia, tranne quelli le cui generalità sono state rese note da altri mezzi d’informazione, perché è ancora valida la sentenza di morte pronunciata dalla cupola mafiosa contro di loro e le loro famiglie.
Homar è rimasto nei carabinieri fino al 2002, anno in cui è stato congedato, malgrado sia qualificato come paracadutista, tiratore scelto e artificiere, ex Gis (le teste di cuoio dei carabinieri). «Ho accettato il provvedimento solo perché non potevo perdere la pensione» racconta a “Panorama”.
«Hanno fatto di tutto per liberarsi di me: negli ultimi tempi venivo punito in modo esagerato per ogni mancanza e sono stato trasferito lontano da mia moglie e mia figlia. I miei superiori non mi hanno neppure avvertito quando un’organizzazione criminale sarda ha messo nel mirino la mia famiglia. Sono venuto a saperlo tempo dopo da un magistrato»





